In Breve
- Qual è l'ammontare totale della truffa?
- La truffa ha coinvolto bonifici per un totale di circa 95 milioni di euro.
- Quali somme sono state recuperate?
- Sono stati recuperati 40 milioni in Cina e sequestrati 13 milioni in Portogallo.
- Chi sta conducendo l'inchiesta?
- I pubblici ministeri Alfonso Serritiello e Barbara Benzi sono responsabili dell'inchiesta.
La procura di Milano ha avviato un’indagine su una complessa truffa via WhatsApp che ha visto coinvolta Fideuram, una delle principali banche italiane. L’episodio risale a febbraio, quando l’ex presidente dell’istituto, Paolo Molesini, ha ricevuto un messaggio che lo invitava a effettuare bonifici per un totale di circa 95 milioni di euro. Le operazioni erano giustificate come necessarie per concludere un’importante transazione finanziaria all’estero.
Il raggiro è stato ulteriormente alimentato da una telefonata in cui la voce di un legale noto a Molesini è stata replicata attraverso tecnologie di intelligenza artificiale. Inoltre, sono state utilizzate e-mail contraffatte contenenti coordinate bancarie di società estere, che hanno indotto il management a procedere con i bonifici.
Tuttavia, i sistemi di sicurezza interni di Fideuram hanno prontamente segnalato delle anomalie, permettendo di bloccare e recuperare 40 milioni di euro in un istituto bancario cinese e di sequestrare altri 13 milioni in una banca in Portogallo. Queste operazioni sono state possibili grazie a una stretta collaborazione internazionale e all’intervento di Eurojust.
Nonostante questi successi, rimangono ancora circa 36 milioni di euro che sono stati trasferiti su conti esteri e in parte convertiti in criptovalute. La procura ha già attivato rogatorie internazionali per rintracciare queste somme prima che possano essere monetizzate.
Nel registro degli indagati figura un nome di provenienza straniera, come indicato nel decreto di sequestro preventivo emesso a maggio. I pubblici ministeri responsabili dell’inchiesta, Alfonso Serritiello e Barbara Benzi, stanno seguendo attentamente l’evoluzione del caso.
È importante notare che Paolo Molesini non è indagato in questa inchiesta e ha rassegnato le dimissioni da presidente a marzo per motivi personali.
